Tutto il peso di essere diversi

Mi trovo in Svizzera tedesca, per un corso di gestione non violenta dei conflitti di cinque giorni. Dopo aver passato i primi tre fra noia e voglia di prendere ed andarmene, arriva finalmente qualcosa di interessante, qualcosa che mi rimarrà nella mente e che ancora oggi, a una settimana di distanza, mi fa riflettere. Durante il modulo dedicato ai conflitti a sfondo razziale o pregiudiziale, abbiamo avuto (e parlo a nome dei partecipanti) la fortuna di ascoltare le esperienze di una ragazza somala (che chiameremo Zz) la quale ha ricevuto asilo in Svizzera e che oggigiorno vive a Berna.

Zz è una ragazza giovane e solare, sposata con un ragazzo egiziano. Salta subito all’occhio, guardandola, il fatto che lei sia di colore, fatto che le crea non pochi problemi nella vita quotidiana, anche perché, seguendo il credo religioso che le appartiene (quello musulmano) Zz porta un velo, non un burqa, ma semplicemente una sorta di foulard che le copre i capelli, esattamente come una berretta o un cappellino di quelli usati dalle nostre parti. E proprio sull’uso di questo velo Zz ci ha spiegato qualcosa che probabilmente in pochi conoscono, ci ha spiegato il motivo che la spinge ad indossarlo, motivo che scaturisce direttamente dal Corano (che Zz ha letto). Secondo il testo sacro della religione musulmana il velo serve non tanto a proteggersi dall’esterno, da una fantomatica violenza sulle donne che si perpetrerebbe continuamente nei paesi islamici, ma piuttosto a contenere quegli istinti ritenuti non puri e nobili che fanno parte della natura umana, per mantenere un comportamento virtuoso.
Dunque il velo non è qualcosa di imposto alle donne o almeno così non è in Somalia, dove Zz ha vissuto e quindi conosce bene la situazione. Il velo non è un simbolo di sottomissione, secondo la religione musulmana, ma un modo per mantenere un comportamento appropriato e per vivere ammirevolmente. Questo tipo di pensiero non è in effetti rivolto solo alle donne, ma anche agli uomini, i quali spesso indossano vestiti lunghi con lo stesso fine del velo femminile. Il problema della parità dei sessi ha radici molto profonde, probabilmente riconducibili addirittura agli albori dell’umanità, quando gli uomini, imponendosi con la forza, hanno definito le loro attività (guerra e caccia) come quelle più importanti, quando in realtà era palese il primeggiare delle donne, che garantivano la nascita e la crescita della prole e procacciavano l’80% dell’alimentazione tramite l’attività di raccolta. Questo grave problema della storia dell’umanità non è presente solo nei paesi musulmani, ma pure in occidente, dove fino a pochi decenni fa la donna era ancora costretta a curarsi solamente delle faccende domestiche e oggi subisce pesanti ingiustizie in termini salariali e di trattamento nella maggior parte degli ambienti di lavoro.
I testi religiosi, e il Corano non differisce da ciò, sono soggetti a varie interpretazioni, alcune delle quali sono sicuramente esageratamente fondamentaliste. In questo modo si abbandona quello che dovrebbe essere la fede, cioè la salvezza della propria anima, una filosofia di vita personale e volta alla virtù, per abbracciare un odio verso tutto ciò che non si riflette in tale interpretazione del libro sacro, con conseguente uso della violenza. Ricondurre tutto il mondo musulmano in questa seconda categoria è però semplicistico, riduttivo e sintomo di una grave ignoranza e arroganza. Sarebbe come dire che tutti i cristiani sono degli assassini, in memoria di quanto successo nelle crociate o nella caccia alle streghe (per fare due esempi storici) oppure alla strenua quanto miope opposizione del Vaticano verso la distribuzione di contraccettivi in Africa per contrastare la piaga dell’Aids (per fare un esempio più recente).
Zz però non ha parlato solo della sua religione, ma anche di come vive in Svizzera, di come è stata accolta e di come si è integrata. Sicuramente il primo impatto non è stato piacevole con la nuova realtà in cui è stata costretta a rifugiarsi, a causa di conflitti e problemi che dilaniavano il suo paese natale, anche di persecuzione verso i musulmani. Il suo passaggio nel centro per richiedenti d’asilo di Chiasso è stato tutt’altro che facile e amichevole, con ore e ore di attesa, senza sapere minimamente cosa sarebbe successo a lei e alla sua famiglia; inoltre lascia perplessi la decisione di spedire la famiglia di Zz a Berna, dato che suo padre conosceva perfettamente l’italiano e sarebbe stato sicuramente facilitato nel processo d’integrazione se si fossero sistemati in Ticino o nel Grigioni italiano.
Inoltre lascia con non pochi grattacapi quanto detto da Zz sulla sua vita in Svizzera. Gli insulti a sfondo razzista basati sul colore della pelle di Zz sono all’ordine del giorno, non solo da parte di passanti o all’interno dell’ambiente lavorativo. Fa specie una storia raccontata da Zz, in cui è stata offesa e maltrattata da impiegati parapubblici e pubblici. L’inizio è banale: sarà successo sicuramente a molti di salire su un bus o un tram e accorgersi di aver dimenticato l’abbonamento. Solitamente il tutto si risolve con la firma di una multa che verrà revocata qualora ci si presenti ad uno sportello presentando il proprio abbonamento valido nella data in cui si è ricevuto la contravvenzione. Ebbene per una persona di colore nella capitale svizzera (uno dei paesi più civili al mondo) non è così, perché bisogna prima convincere la persona allo sportello che l’abbonamento è veramente proprio, che non è stato rubato e che anche le persone di colore hanno le possibilità finanziarie per acquistarlo. Ma convincere una persona del genere non è facile e la cosa si fa ancor più complicata se, nel tentativo di farsi giustizia, si interpella un poliziotto, che ha però la mentalità dell’addetto allo sportello, cioè, per essere gentili, una mentalità ristretta e chiusa, che non denota una gran intelligenza e che non trova di meglio da fare che prendersela con una ragazza intenta solamente a vivere la sua vita nel modo migliore possibile.
Non stupisce che Zz non sia per nulla convinta di voler invecchiare in Svizzera, nonostante sia perfettamente integrata. In un contesto in cui così tanta gente che non riesce a capire e a ragionare per il bene dell’uomo e non solo per il proprio, che non riesce a tendere la mano verso una ragazza che ha vissuto mille difficoltà per integrarsi, che non riesce a vedere oltre il colore della pelle, è evidente la delusione di una persona capitata qui per necessità e costretta a subire maltrattamenti, oltre al trauma di uno spostamento tale in giovane età. E mette tristezza sentire Zz parlare del suo sogno, quello di applicare i suoi studi, svolti con difficoltà (come tutti), per rendere i centri d’asilo un luogo più accogliente per i rifugiati, alleviando un pochino le loro pene, come non è successo a lei anni fa. Sogno già infranto dall’atteggiamento e dalla suddetta mentalità limitata di molti lavoratori in questi ambiti, individui che considerano le persone rifugiate come problemi o nella migliore delle ipotesi come numeri, convinti di trattare con dei criminali, quando in realtà i criminali sono loro, perché attentatori dell’umanità!

Rambaldo

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