La cultura al confino

Pensando ad un esempio simile, dobbiamo immaginarci, nel Cinquecento, all’epoca del grande splendore della Serenissima, che le autorità di Venezia – come il doge, i gonfalonieri (gli odierni magistrati), gli alti prelati della Curia, insomma il potere comunale tutto – costrinsero la comunità ebraica alla segregazione su un’isoletta della laguna. Sebbene lo stereotipo dei veneziani viaggi sulle gondole, il contatto con gli ebrei emarginati non era affatto scontato perché questo lembo di terra subì una sorta di embargo, un blocco. A questo statuto particolarmente degradante venne attribuito il nome di «ghèto», l’odierno ghetto.

A tutti venivano ridotti i diritti di accedervi, d’intrattenere scambi e relazioni perlopiù finanziarie; a nessuno era permesso di unire, di intrecciare le due culture opposte, quella cristiana e quella ebraica. Ebbene, le nostre di autorità, il nostro di potere, quando è stato chiamato a decidere dove insediare i centri della nostra di cultura (di di di!) li ha semplicemente ghettizzati. Emarginati come è capitato agli intellettuali antifascisti nel Ventennio: alla Commercio, Liceo e Biblioteca cantonale sono spettati il confino.

In riferimento alle strutture tutto cominciò con il riciclare, negli Settanta, la caserma di Bellinzona, sede dell’attuale commercio; visto che di un edificio militare si tratta è naturale che si trovi alle estremità del centro urbano – armi da fuoco e passo dell’oca non si addicono al clima medievale della bella cittadina. Poi, segue a ruota il liceo cantonale, edificato a poche centinaia di metri, sempre distante e distaccato dal contesto urbano. Infine negli anni Novanta la biblioteca, anch’essa confinata in uno spazio ameno, tra un’officina e il letto del fiume, vicinissima alla commercio. A cui fra pochi anni si aggiungerà non solo lo svincolo di via Tatti, ma dall’altra parte, dicono, una sottosede universitaria.
Santa speculazione. Facendosi guidare dalla bussola della speculazione, perché come il liceo è sorto su un terreno agricolo a basso valore, davanti all’autostrada, costruito con muri di cartone e finestre a vetro singolo, senza spazi silenziosi e protetti all’interno; senza lungimiranza perché oggi occupato dal doppio degli studenti previsti inizialmente; anche alla commercio non sono state destinate particolari attenzioni, visto che è stata insediata in un edificio già esistente e distaccato da tutto il resto. Questo è il valore pragmaticamente attribuito in passato dal nostro potere alla cultura e lo fa tuttora, nessuna illusione.
La vitalità dei giovani è sprecata. Questi tre edifici, è inutile dirlo, rappresentano non solo per alcuni, la cultura di Bellinzona. Qui, non solo s’imparano le più disparate discipline economiche, umanistiche o scientifiche. No, questi centri attirano migliaia di studenti in città, studenti che riverberano la vitalità giovanile solamente transitando dalla stazione ai margini della città per raggiungere le aule. Riattribuiscono lustro alla città ormai silente e svogliata, fiacca nella sua senilità: a causa dell’apprezzamento degli appartamenti in centro che si possono permettere solo ricchi, facoltosi e senza figli.
Il contesto scolastico è alienato da quello cittadino. La discontinuità causata da scelte urbanistiche molto, molto discutibili si riversa nell’esperienza quotidiana. In genere lo studente del liceo, nella pausa del mezzogiorno non vive la città, non sente il ritmo in essa. Resta fuori, mangia nelle mescite scolastiche, conosce solo il tragitto che lo riporta a casa. Non si confronta con gli edifici che rinfrescano la memoria storica. Non ha nessun’idea di dove si trovano i luoghi tipici, e specifici di Bellinzona, oltre a Coop e Migros. Mi rivolgo in particolare a ragazzi/e extrabellinzonesi: trascorsi i quattro anni di scuola non rimarrà loro niente della città, se non lo stretto necessario. Questo è indice della ghettizzazione, dell’emarginazione che subisce la nostra cultura e gli spazi ad essa attribuiti come gli edifici scolastici e le biblioteche. Infatti la biblioteca, oltre ai tempi che corrono, oltre al fatto che il baretto è quello che è, non esercita nessuna attrattiva su chi di noi si trova all’ombra dei castelli. Pensate, dista a 2 chilometri dalla stazione, dal centro cittadino, ciò significa, minimo 20 minuti a piedi.
«Ghe…», sì proprio così. In questo momento ci potremmo rivolgere la domanda «ma allora che si fa?». Assolutamente niente, se, oltre ai soldi, manca pure l’ingegno, rivalutare il nostro spazio è impossibile. L’ingenuità commessa dall’autore di questo articolo di pensare a convertire altri spazi da destinare alla cultura è impraticabile: il negativo della pellicola è già stato impresso. Quello che possiamo fare è evitare che questo meccanismo di esclusione della cultura persista. Troppo tardi: un campo di patate a Pratocarasso ha lasciato il posto alle medie 1. Ghetto o non ghetto, l’unica esclamazione che possiamo rivolgere all’indirizzo dei presunti urbanisti senza macchia e senza cultura è: «ghe sboro»!

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2 risposte a La cultura al confino

  1. Skiantato ha detto:

    spazio ‘ameno’ nel contesto ha una chiara connotazione negativa. Errato, «ameno» significa bello come un giardino bucolico. Chiedo venia.

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