Niente lavoro ai giovani, bisogna far spazio agli “over 60”

La crisi economica sta attanagliando la società costringendola a gravi rinunce e sofferenze, ma il vero male che sta rovinando la vita di milioni di persone è costituito dalle misure per combattere la crisi stessa. In Europa soprattutto si sta seguendo una via illogica per uscire dalla crisi, una via che sta mettendo in ginocchio gli Stati, le piccole e medie imprese, le famiglie, i cittadini. In Italia si ha un esempio fulgido del disastro che si sta perpetrando, ad insaputa spesso della povera gente che ne paga le conseguenze. Le misure contro la crisi stanno ampliando a dismisura i problemi e le distorsioni che sono alla base della crisi stessa. Ecco dunque che il divario fra ricchi e poveri si va ampliando, concentrando sempre più ricchezza nelle mani di quel 10% di popolazione già straricco. Ma questo è semplicemente un esempio, come ve ne sono tanti altri.

In questo breve articolo vorrei riportare una notizia apparsa recentemente sul sito del quotidiano La Repubblica[1], notizia molto significativa nel dimostrare la miopia delle misure adottate sin qui per combattere la crisi, ma anche delle politiche precedenti la crisi stessa, anche perché in fondo le differenze non sono molte. L’articolo in questione riferisce della situazione ormai insostenibile dei giovani lavoratori italiani, che non differisce molto da quella di molti altri paesi europei e non solo. Secondo una statistica sono 2,8 milioni i giovani italiani (fra i 15 e i 24 anni) a non avere un lavoro. Questo dato è da prendere con le pinze, perché non discrimina fra chi cerca un lavoro e chi invece no, ad esempio gli studenti. Ma anche ridimensionandolo, ciò che lascia perplessi è la mentalità con cui si sta riformando il mondo del lavoro.

In tutti i paesi europei e non solo, si sta alzando l’età di pensionamento, per far fronte al problema dell’invecchiamento della popolazione. Osserviamo la tabella sulla struttura della popolazione dal 2002 al 2011:

grafico-struttura-popolazione-italia[2]

In effetti si riscontra una tendenza al rialzo per quanto riguarda l’anzianità della popolazione e una diminuzione delle persone in età lavorativa (16-64 anni). In realtà però il problema non sussiste, almeno non nei termini utilizzati dalla politica per impressionare le persone e basta fare un breve raffronto con la situazione del 1961:

“Si conferma la tendenza registrata dieci anni fa. Diminuisce il numero di italiani nelle classi d’età più basse mentre aumenta quello delle classi più anziane. La popolazione sta invecchiando. Gli italiani con meno di 5 anni sono l’8,3 della popolazione, quelli nella fascia d’età 5-9 anni il 7,9%, 10-14 l’8,4%, 15-19 il 7,5%, 20-24 l’8,0%, 25-29 il 7,5%, 30-34 il 7,6%, 35-39 il 7,5%, 40-44 il 5,4%, 45-49 il 6,5%, 50-54 il 6,3%, 55-59 il 5,2%, 60-64 il 4,4%%, 65-69 il 3,5%, 70-74 il 2,8%, 75-79 l’1,9%. Per la prima volta nei censimenti la fascia d’età 80-84 anni tocca l’1%. Quella 85-89 raggiunge lo 0,4%, mentre tra i 90 e i 94 anni il dato si mantiene allo 0,1%. Percentuali inferiori allo 0,1% per la fascia 95-99 anni (9mila persone).”[3]

Da questi dati si può desumere, calcolatrice alla mano, che i minori di 15 anni erano il 24,6% della popolazione, i più anziani di 64 anni erano il 9,8%, mentre in età lavorativa (15-64 anni) c’era il 65,6%. Confrontando questi numeri con quelli della tabella sopra riportata, si vede come in realtà la percentuale di persone in età lavorativa sia rimasta costante, dunque il rialzo della quota di anziani è stata compensata da una diminuzione di giovani a carico delle famiglie, fatto dovuto alla diminuzione della natalità tipica dei paesi sviluppati.

L’invecchiamento della popolazione è un problema in realtà relativo, che non incide in maniera considerevole, come si vuol far pensare, sull’economia degli Stati occidentali. Soprattutto però non è comprensibile il favorire un innalzamento dell’età pensionabile se ciò significa escludere dal mondo del lavoro milioni di giovani, che in questo modo si vedono tolta la possibilità di costruirsi qualsivoglia futuro, professionale e non. Infatti un giovane di poco meno di vent’anni che rimane disoccupato per 10 anni o più, avrà un enorme difficoltà a reinserirsi nel mondo del lavoro e dunque nella società. Stiamo sacrificando la vita di moltissimi giovani in nome di un problema che un vero problema non è, ma che qualcuno ci vuol far credere lo sia, per interessi personali e in nome di ideali volti a distruggere nelle sue fondamenta lo stato sociale costruito a fatica da generazioni di lavoratori sfruttati e mai ripagati per i loro sforzi. Fondamenta che annoverano senza ombra di dubbio il diritto a una pensione che permetta di godersi gli ultimi anni della propria vita e nel contempo favorire quel ricambio generazionale che oggi viene in tutti i modi ostacolato.

Rambaldo

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