USI e getta

Lugano. Quando con amici ci rechiamo al Molino per un concerto interessante, la vedo sempre sfilare dal finestrino, l’auto imbocca la via parallela al fiume Cassarate e sparisce.

È l’università della Svizzera italiana a cui mi riferisco, abbreviata dall’acronimo USI. L’idea di università del Cantone non era affatto nuova, anzi ha radice antichissima. Da una parte soddisfa la brama di non dipendere da altri Cantoni, o dall’Italia in fatto di università; dall’altra soddisfa l’accresciuto numero di matricole ticinesi dovuto alla cosiddetta «licealizzazione» della società: infatti, se negli anni Sessanta esisteva solo un liceo, quello di Lugano, oggi sono ben sei le scuole definitive «medie superiori», cioè che permettono di accedere all’università. È stata fondata nel 1996  (1) grazie alla spinta, si dice, attribuita al movimento leghista di allora. Da quelle prime sedute parlamentari ad oggi l’idea di università ticinese si è consolidata, legittimando i suoi bilanci e la sua effettiva esistenza.
Bilancio che si situa intorno ai 10 milioni di franchi annui di contributi solo cantonali, gli stessi indirizzati alla sorella SUPSI (2). Il finanziamento proviene anche dagli studenti stessi tramite le rette semestrali. Due semestri all’USI costano 4000 franchi, circa tre volte la media nazionale, per non parlare degli studenti non svizzeri, ben 8000 franchi (3). Insomma è la più cara in assoluto, ma si possono capire le ragioni: è giovane, ha poca fama, pochi sponsor privati e meno contributi dallo Stato. Il corpo studenti  oggi conta 2919 unità, con più di 900 insegnanti coinvolti.
Questa la sua storia. Ora, l’ideale che ha portato alla creazione di questo ateneo deriva dal sentimento d’insufficienza di noi ticinesi, quella brama di autonomia da ciò che ci circonda, quasi a volere un’autarchia. L’USI rientra in questa concezione di chiusura su sé stessi. Grazie a questa infrastruttura è possibile infatti non mettere un piede fuori dal Cantone per tutta la vita professionale, scuola compresa. Se prima dovevamo andarcene in Italia o in Svizzera interna per conseguire la formazione: con l’USI il cerchio si chiude, tutto può avvenire nella nostra piccola realtà cantonale.
Una mancanza di apertura all’esterno può rivelarsi una dannosa isolazione culturale ed impermeabile. Conoscenze fondamentali, come la formazione accademica, possono secondo questa logica restringersi. È così che il ticinese al momento della scelta dell’università invece di prendere il volo come un gabbiano ipotetico (cit.) rimane a terra, sulle sponde del Ceresio.
Per questo motivo sarebbe meglio che i dieci milioni annualmente destinati all’USI vengano girati in borse di studio per incentivare ad andare «via da casa» o meglio ancora direttamente alla SUPSI. In questo modo avremmo un’avanguardia dal punto di vista tecnico-professionale formata alla SUPSI. La quale assorbendo le infrastrutture dell’USI offrirebbe un’opportunità accademica a quei giovani lavoratori, molto zelanti, provenienti da scuole tecniche metà lavoro metà scuola. Così, quella parte professionalizzata dei giovani che non ha ricevuto un’istruzione accademica può colmare questa mancanza e offrire fin da subito esperienza professionale. Al contrario gli studenti andati «via da casa» mantengono aggiornate le conoscenze teoriche provenienti da altre realtà. Senza USI, ma con molta più SUPSI, avremmo un corpo accademico più formato e al contempo una rinomata formazione professionale con annessi studi accademici: meglio di così?

(1) http://www.usi.ch/universita/storia.htm
(2) http://www.ti.ch/can/seggc/comunicazioni/GC/odg-mes/5435.htm
(3) http://www.crus.ch/information-programme/lo-studio-universitario-in-svizzera.html?L=3

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8 risposte a USI e getta

  1. Rambaldo ha detto:

    Purtroppo non sono d’accordo. Secondo me avere un’università nel cantone è un bene che va salvaguardato e accresciuto. Un centro di studi e di cultura come può essere un’università è un incentivo per lo sviluppo sociale, tecnico, intellettuale, ecc. che non va mai trascurato. Il Ticino non è stato un cantone universitario per decenni, un male che l’Usi sta cercando di sanare. La sua efficacia attuale può essere sicuramente non al livello di altre università, ma è anche vero che si parla di un ateneo giovanissimo, che avrà tempo di crescere e di migliorarsi, diamogli però modo di farlo.
    Sul fatto che per i ticinesi sarebbe meglio andare via da casa a svolgere la loro formazione universitaria, sono d’accordo con te. Ma ricordiamo che l’Usi non è popolata solo da ticinesi, anzi attira molti studenti da fuori cantone (soprattutto dall’Italia, ma se andrà in porto il progetto per una facoltà di medicina, arriverebbero sicuramente molti giovani svizzeri da oltr’alpe). Inoltre la formazione universitaria non va ridotta solo ad un bachelor e ad un master: uno studente può continuare la sua formazione, iniziata lontana dal Ticino, a Lugano.
    L’Usi secondo me è una valida alternativa per i giovani studenti ticinesi, anche per chi magari vive una situazione familiare o personale che gli rendono difficile l’allontanarsi dal Ticino. Lasciamo crescere l’Usi, lasciamola diventare un ateneo di alto livello. Le basi ci sono, basti vedere il corpo docenti, di cui porto un solo esempio: il decano della facoltà di economia professor Mauro Baranzini, economista riconosciuto a livello mondiale. Inoltre vorrei spezzare una lancia per la capacità di scelta dei giovani studenti ticinesi: non credo che un’università vicino a casa diventi uno scoglio insormontabile verso l’apprendimento di una lingua straniera, se un giovane capisce l’importanza di andare lontano da casa e imparare un nuovo idioma, lo farà con o senza l’Usi.

  2. Skiantato ha detto:

    So di aver colpito sotto la cintura: è argomento assai delicato, con molte sfumature e risvolti personali. Comunque hai letto l’articolo interpretandolo in modo sbagliato: in pratica chi studia all’USI è scemo, gli altri no. Non è assolutamente così, tuttavia chi studia oltralpe deve sicuramente scontrarsi con una lingua straniera, è obbligato a non parlare italiano, e questo è un risvolto assai positivo: sapere perfettamente due lingue.
    Insegnanti. Ti posso portare la mia esperienza dei docenti che ho incontrato finora. Alle medie, i docenti di matematica che ho avuto si sono formati tutti e due a Pavia, sono dei sessantottini con la tipica cartella in cuoi per inquadrarli. Al liceo, i tre docenti che ho avuto a chimica si sono formati tutti e tre a Zurigo, al poli. In entrambi i casi la loro esperienza è stata molto arricchente per me.
    Bachelor. Chiaro, bachelor e master si possono combinare, normalmente il master si fa altrove, ma il discorso non cambia: formarsi completamente in Ticino è possibile, e questo è sufficiente per muovere una critica.
    Lingua. Confondi causa ed effetto. Andare altrove a studiare, l’effetto è imparare una lingua straniera approfonditamente. Rimani in Ticino, allora la causa che ti porta ad andartene è imparare un’altra lingua. Nel primo caso ne apprendi una passivamente (e dolorosamente) con la possibilità nel master ancora di partire per una nuova, penso al binomio tedesco-inglese. Nel secondo caso, no, ricevi gli insegnamenti nella tua lingua madre, e poi se mai te ne vai, cioè ti rimane teoricamente una sola lingua straniera approfondita. Due a uno.
    Sono discorsi totalmente teorici, infatti ho mosso una critica solo concettuale, non pratica (cattiva o buona qualità degli insegnamenti).

    Però mi tal disi ciar e net, a na fö di bal, sa cress

    • [TR] ha detto:

      Mi introduco velocemente.. non è vero per tutti che lo studiare in una lingua straniera te la fa imparare. Conosco alcune persone che pur avendo studiato a Zurigo il tedesco non lo sanno.

      Certo, son casi particolari però.

      • Skiantato ha detto:

        La serietà la davo per scontata. Se si fionda tutte le ore in facebook per scrivere in italiano, ovviamente non impara niente di collaterale. Allo stesso modo se non ha compagnie extralinguistiche.

    • Rambaldo ha detto:

      In realtà volevo farti capire perché la tua idea di cancellare l’Usi tagliandole i fondi, è esagerata. L’Usi ha molti aspetti positivi anche e soprattutto per i ticinesi! Toglierla sarebbe un danno. E poi non c’è sempre bisogno di essere obbligati a fare qualcosa per decidere appunto di farla, si può anche scegliere liberamente, come molti ticinesi oggi fanno prendendo bagagli e burattini e andando via di casa a studiare, nonostante L’Usi.

  3. valpreda ha detto:

    Io sono dell’idea che avere un ateneo in Ticino non significa affatto ‘non andaresene da casa’. Come la mettiamo allora per i poli di Zurigo e Losanna? E per tutte le università? Solamente perché hanno più storia, sono più prestigiosi, è accettabile che un giovane di Losanna studi a Losanna?

    Sinceramente non so a che livello della gradutoria delle università svizzere si situa l’USI, ma sicuramente se trova una facoltà in cui eccellere, anche lo studiare in Ticino per un ticinese non sarebbe la cosa peggiore del mondo. Un peccato, questo lo capisco e si può comprendere, ma non una cosa triste.

    Oggi come oggi, e qui mi ripeto, se volessi studiare medicina opterei per Zurigo, diritto internazionale sicuramente Ginevra, anche se fossi un giovane di Zurigo o se fossi un giovane di Ginevra. L’esperienza dell’andare via è relativa: si può crescere, se lo si vuole, anche a casa dei genitori.

    • Skiantato ha detto:

      Un ticinese non è uno zurighese e nemmeno un losannese. Il confronto è impossibile. La nostra realtà conta un nucleo di massimo 100’000 persone (Lugano). Come ci si può aspettare che una realtà così piccola possa competere con città così grandi? Sia finanziaramente che in fatto di attrattiva.

      Ti dirò di più, dobbiamo assolutamente sfruttare l’occasione di andarcene perché siamo “privilegiati”. Mi spiego. Un italiano che vuole studiare in Svizzera deve presentare buone note, una miriade di certificati linguistici e così via. A noi ticinesi, stessa cultura, viene chiesto solo l’attestato del liceo per l’immatricolazione, il resto conta poco per fortuna – gli accordi di Bologna non sono realtà, altrimenti le università svizzere sarebbero invase, una restrizione esiste, ma non per noi.

      La tua conclusione è laconica e viziata dalla tua esperienza – anche la mia – ma, senza volerti offendere, a casina si cresce meno, non si raggiunge indipendenza, te ne accorgerai fra un po’: è qualcosa che si capisce intimamente, non grazie ad un commento di poche righe. In linea di massima, se te ne vai sei obbligato a crescere, sei obbligato a parlare un’altra lingua: è improponibile solo volerlo, nessuno è così magnanimo, sii serio.

  4. Skiantato ha detto:

    Una possibile critica che si potrebbe muovere è la seguente: lo studio nella propria lingua madre può essere più dilatato, si perdono meno informazioni (ma gli esami bisogna passarli comunque) e inizialmente più produttivo una volta che si comincia a lavorare, ma lo scarto si recupera interagendo con altre realtà. Penso al linguaggio tecnico in italiano per esempio. Seguendo questa logica, sarebbe auspicabile uno studio in Italia.

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